martedì 27 settembre 2016

Esclusivo: qui cresce l'erba dei clan.

Esclusivo: qui cresce l'erba dei clan “L’Espresso” è entrato nelle piantagioni segrete di marijuana gestite dalle cosche in Campania e in Calabria. Un pezzo di Colombia in Italia, con profitti miliardari per le mafie. Che la legalizzazione eliminerebbe per sempre. 

... Un’economia sommersa dove ognuno ha un ruolo. C’è il coltivatore, stipendiato per la cura delle colture; ci sono i ragazzi-vedetta, assunti per tenere lontano gli intrusi; c’è chi si occupa dell’essiccazione e - fatto inedito per l’Italia- della preparazione dell’hashish; poi c’è il broker che si occupa di contattare i grossisti in giro per l’Italia; e naturalmente ci sono i boss, che incassano per ogni fiore di erba o panetto di “fumo” venduto. E infine i consumatori. Che non accennano a diminuire. E, finché ci sarà il proibizionismo, con i loro soldi finanzieranno mafie e criminali di ogni risma.

L'Espresso Giovanni Tizian foto di Rocco Rorandelli

{}La “valle della Maria” è un budello stretto tra i due fianchi della montagna. Una sola è la via d’accesso: un buco ricavato nel garbuglio di rovi che fa da muro di cinta naturale. Dall’alto, a occhio nudo, si vedono solo cespugli e sagome ordinate di castagni e querce secolari. Il verde intenso delle piantagioni è impercettibile tra i tanti altri arbusti. Eppure lì in mezzo c’è l’erba dei clan. La seminano ad aprile e a fine  ottobre incassano quattrini. Sessanta giorni per vedere i primi fiori carichi di resina e thc, il principio attivo della cannabis. Un altro mese per essiccarli. Poi eccoli finire nelle piazze di spaccio e, infine, nelle mani di fumatori di tutte le età. Sei, massimo sette, mesi di lavoro per profitti milionari, che sfiorano il miliardo a stagione. E dove ci sono denari, i clan non scherzano.


Proprio per questo la pattuglia di finanzieri, specializzata in questo tipo di missione, che ci accompagna nella valle porta con sé fucili d’assalto M12, pistole d’ordinanza e un machete per farsi largo in questa giungla stretta tra le province di Reggio Calabria e Vibo Valentia, tra le Serre e l’Aspromonte. Nardodipace, Grotteria, Platì, San Luca, Siderno. Tutti comuni in cui i consigli comunali sono stati sciolti per mafia almeno una volta e con un numero straordinario di piantagioni finite sotto sequestro.A Nardodipace, nel Vibonese, per arrivarci si sale di mille metri. Siamo al confine tra le due province. Da un lato il Tirreno dall’altro lo Ionio, tra megaliti che risalgono a sei mila anni fa e natura selvaggia. I dintorni di questo vecchio borgo - ricostruito dal governo De Gasperi dopo una devastante alluvione, secondo la logica delle “New town” di primissima generazione e per lo più disabitate - rientrano nei 130 chilometri dove le piante di marijuana crescono robuste: fino a 4 metri. Territorio sotto stretto controllo mafioso, perciò altamente pericoloso. L’attenzione è massima, soprattutto dopo l’omicidio, a Marsala, del carabiniere Silvio Mirarchi durante un sopralluogo in una mega piantagione.A detta di alcuni esperti investigatori, questo scorcio di Calabria è una micro Colombia. La Colombia d’Italia. Per altri, per produzione di marijuana e controllo del territorio, ricorda più lo stato messicano del Sinaloa, quello del re dei narcos “El Chapo” Guzman, nemmeno così diverso da un qualunque narco-boss calabrese. D’altronde l’oro verde è patrimonio di quegli stessi cartelli di ’ndrangheta con la laurea in cocaina. Oro bianco d’importazione e oro verde da esportare, per incassi stellari. Per fare un esempio: nella narco-regione calabrese, nei primi mesi del 2016, sono state sequestrate 11.300 piante, ognuna di queste può produrre fino a 500 grammi. La maggior parte, oltre 6 mila, le ha scovate il gruppo aereo navale della Finanza di Vibo Valentia. Ogni grammo al dettaglio viene venduto a una media di 8 euro.

Clan che, dunque, avrebbero potuto fatturare circa 55 milioni. A questo malloppo vanno sommati i ricavi di altre 100 tonnellate di merce già stoccata e intercettata, sempre nello stesso periodo, dalle forze dell’ordine calabresi. Valore complessivo sul mercato: poco meno di un miliardo di euro. Nel 2015, invece, sono state 45 mila le piante bruciate dagli agenti, per un valore di almeno 200 milioni. «Per una piantagione che individuiamo, ce ne sono altre cinque che ci sfuggono», spiega un finanziere esperto del gruppo dei “cercatori di maria” di Vibo. Denari che finiscono direttamente nelle casseforti della ’ndrangheta. «I boss sono il terminale della sostanza, coltivata per conto loro da piccoli agricoltori locali», osserva Domenico Tavone, che comanda il Reparto aereo navale di Vibo. Gli unici a disporre di tecnologie avanzatissime per la ricerca dell’oro delle cosche.

Sui sentieri nascosti nel bosco

La “Jamaica” non è poi così distante. Dalla “Colombia” calabrese, basta percorrere trecento chilometri in direzione nord, verso la Campania, e raggiungere i monti Lattari, tra la penisola sorrentina e Castellammare di Stabia. Anche qui le piantagioni si trovano in zone impervie. Raggiungibili solo dopo almeno due ore di scarpinata. E qui, come in Calabria, la marijuana è roba dei clan. La produzione della “ganja” è solo il primo anello di una lunga filiera nella quale ognuno ha un ruolo e un compito preciso. Che si conclude soltanto con lo smercio al dettaglio nelle piazze di spaccio e con migliaia di giovani e meno giovani che abitualmente “rollano” la canna quotidiana. «In questa parte della regione la coltivazione di “maria” è un’attività molto diffusa e redditizia. Dai primi mesi dell’anno a oggi carabinieri e finanza hanno sequestrato quasi 34 mila piante», dice Pierpaolo Filippelli, in passato pm di punta del pool anticamorra di Napoli e ora procuratore aggiunto a Torre Annunziata.

«È la Jamaica italiana. E l’ipotesi investigativa è che ci siano più organizzazioni camorristiche interessate al business», aggiunge il magistrato. «Come mai in passato la camorra sta investendo in questa attività, che sta diventando una vera e propria economia locale», ragiona il capo della procura dove lavora Filippelli, Alessandro Pennasilico. Sui monti Lattari sempre più spesso gli agenti delle fiamme gialle della compagnia di Castellammare, guidata dal giovanissimo Mario Aliberti, scovano imponenti piantagioni. C’è chi tra i finanzieri è più esperto di altri in materia. Il maresciallo Prestia, prima del blitz nella Jamaica campana, ci mostra alcune immagini delle precedenti retate e ci chiarisce la disinvoltura dei coltivatori: «I clan interessati al traffico si muovono con grande abilità nei boschi, i capi di mestiere fanno i boscaioli».

Entrate alte, rischi bassi

La grande fratellanza mafiosa d’Italia, dunque, produce, vende e guadagna con il business delle droghe leggere. Affare che riguarda le abitudini di circa tre milioni di italiani. Quanti cioè - secondo le autorevoli stime dell’Agenzia internazionale per il contrasto alle droghe (Unodc) - hanno fumato almeno una volta una canna. Già, perché con hashish e marijuana le cosche di Sicilia, Calabria, Campania e Puglia, rimpinguano i forzieri con quattrini freschi. Con un traffico, che al pari di quello della cocaina, implica una filiera produttiva e distributiva che coinvolge migliaia di persone e decine di comunità. Ma comporta assai meno rischi di finire in galera. Droghe leggere che diventano cash pesante nelle casse delle mafie. La piantagione, infatti, garantisce entrate sicure, con un basso margine di rischio, e un investimento iniziale davvero minimo. In termini pratici: al contadino che materialmente pianterà i semi e si prenderà cura degli arbusti, le cosche verseranno uno stipendio per i mesi di lavoro. Generalmente non più di 2 mila euro. Con mille euro, invece, si comprano un migliaio di semi di ottima qualità. Che diventeranno altrettante piante. Sul web, ad esempio, esistono negozi specializzati che li vendono. E poi c’è il terreno, che non è proprietà privata, ma del demanio pubblico. Nessun proprietario, nessun colpevole.


E il cash arriva fino ai jihadisti

È notte fonda nel canale che unisce Otranto a Borsh, 90 chilometri dalla città di Valona, in Albania. C’è solo la luna a illuminare quello specchio di mare e la scia profonda di un’acqua scooter lanciato a tutta velocità verso la costa pugliese. A guidarlo un ragazzino poco più che maggiorenne. Assoldato dalle bande criminali albanesi. È carico, il giovane spallone. Su ogni lato della moto d’acqua porta 200 chili di erba cresciuta sui monti del comprensorio di Girocastro. Sa che ha un cinquanta per cento di possibilità di portare a termine la missione per cui è stato ingaggiato. Molti suoi coetanei ce l’hanno fatta. Solo che quella notte le pattuglie marittime della Guardia di Finanza di Bari - il reparto aereo navale- vigilano la costa con potenti motoscafi, un tempo in mano alle truppe dei contrabbandieri di sigarette. C’è persino un vecchio Corbelli con quattro motori da 500 cavalli ciascuno. Raggiunge i 60 nodi, 120 chilometri orari. Contro i 40 degli scooter acquatici. Un elicottero delle fiamme gialle sorvola la zona da cui solitamente arrivano gli scafisti di marijuana e ci mette poco a individuare la moto d’acqua carica di erba. Comunica, così, le coordinate al Corbelli, che inizia l’inseguimento. Acrobazie, evoluzioni, manovre rapidissime. Poi, finalmente, il ragazzo ferma quella folle corsa. Scene così se ne ripetono in continuazione.

Gli uomini guidati dal colonnello Maurizio Muscarà sono tra i più preparati d’Italia. È dai tempi del contrabbando di “bionde” che inseguono trafficanti in mare. Col tempo è solo cambiata la merce importata.
«Negli ultimi tre anni abbiamo sequestrato con queste operazioni più di 11 tonnellate», racconta Muscarà, che fornisce alcune cifre significative: «Un chilo acquistato direttamente nella piantagione albanese costa al massimo 200 euro. Viene rivenduto in Italia a 10 mila euro. Ciò vuol dire che con una tonnellata il clan ha guadagnato 10 milioni». Il reparto guidato dal colonnello ha stimato il business annuale in 4-5 miliardi di euro. La produzione, del resto, in Albania è altissima: 900 tonnellate ogni anno. «I gruppi albanesi hanno basi italiane, e sono legati, dicono le indagini, alle cosche salentine della Sacra Corona. Sempre più spesso capita di trovare persino vecchi contrabbandieri, marinai esperti, riciclati in questo traffico».


Tra jihad e mafie

Sullo schermo un mirino inquadra un puntino nero che si muove su uno sfondo grigio. Il puntino è un mercantile. Gli investigatori seguono le sue tracce giorno e notte, da settimane. È un altro fronte aperto della lotta alle droghe leggere che si combatte nel canale di Sicilia, sulla rotta mediterranea che dal Marocco conduce a Palermo. Salpano da Casablanca, ma anche dalle vicinanze di Nador e di Orano. Un traffico gestito al di là del Mediterraneo dai criminali libici, gli stessi che controllano la tratta dei migranti. E quando la merce arriva in Italia, se ne fanno carico le nostre organizzazioni, che per aumentare il capitale d’investimento hanno stretto alleanze commerciali trans-regionali. ’Ndrangheta e Cosa nostra, spiegano alcuni detective antidroga, hanno messo in piedi una sorta di joint venture per acquistare a prezzi vantaggiosi l’hashish del Marocco.

Così si spiegano molte cose. Come, per esempio, la presenza di capi clan calabresi e gregari delle cosche palermitane nelle medesime indagini. Indizi di tale partnership, infatti, si trovano negli equipaggi delle navi cariche di “fumo” fermate al largo della Sicilia: spiccano alcuni marinai affiliati alle famiglie di Brancaccio, feudo dei fratelli stragisti Graviano. E i contatti diretti con le ’ndrine della Locride sono un ulteriore tassello per gli inquirenti che stanno cercando di ricostruire la piramide dei ras dell’hashish in Italia.
«Negli ultimi due anni abbiamo intercettato quasi 200 tonnellate, un’enormità», spiega il colonnello Giuseppe Campobasso che guida il Goa di Palermo, il gruppo antidroga delle fiamme gialle. «Una volte immesse nel mercato avrebbero fruttato più di 2 miliardi di euro» dice. Ci sono mercantili che trasportano fino a 40 mila chili per volta. Oppure pescherecci, che servono sia per la droga che per i migranti. Ma l’analisi di un detective si spinge più avanti: questo è un business che arricchisce anche gruppi jihadisti che si muovono nel caos della guerra libica, tra cui l’Is.


Primi in Europa per produzione interna

Produzione interna e importazione dall’estero: così il nostro Paese è diventato centrale nel traffico di hashish e marijuana. Chi ci guadagna sono le mafie. Nell’ultimo rapporto la procura nazionale antimafia scrive: «L’Italia è il primo paese europeo, il sesto nel pianeta, per piante (880 mila) sequestrate». Un’economia sommersa dove ognuno ha un ruolo. C’è il coltivatore, stipendiato per la cura delle colture; ci sono i ragazzi-vedetta, assunti per tenere lontano gli intrusi; c’è chi si occupa dell’essiccazione e - fatto inedito per l’Italia- della preparazione dell’hashish; poi c’è il broker che si occupa di contattare i grossisti in giro per l’Italia; e naturalmente ci sono i boss, che incassano per ogni fiore di erba o panetto di “fumo” venduto. E infine i consumatori. Che non accennano a diminuire. E, finché ci sarà il proibizionismo, con i loro soldi finanzieranno mafie e criminali di ogni risma.

Nessun commento:

Posta un commento