La “ferita” è una montagna di 3 milioni di tonnellate di rifiuti tal quale (definizione sotto cui ricadono tutti i rifiuti solidi urbani non ingombranti e non pericolosi), sotto alla quale un allevatore fa pascolare le sue pecore, da cui ricava latte e formaggio. Una presenza in mezzo alla campagna laziale di una cinquantina di metri: 30 sopra sopra il livello della terra, una ventina sotto.
Siamo a pochi chilometri dal centro di Bracciano e questa è la discarica di Cupinoro: non riceve più rifiuti dal 2014, la sua gestione post-mortem durerà per 30 anni, e la storia dei suoi più di due decenni di spazzatura preoccupa gli abitanti della zona. “Dal giorno della chiusura della discarica abbiamo chiesto che venisse avviata una seria indagine ambientale su quanto conferito in quella discarica”, racconta Elena Rosa Carone Fabiani del movimento che da anni si batte contro la discarica, ‘Fermiamo Cupinoro’. “Ma costa e probabilmente non si farà”, prosegue scuotendo la testa. “Quello che si pensava di fare è di chiudere la discarica, tombarla (il capping, in gergo) ricoprendo tutto ciò che c’è sotto. Noi abbiamo chiesto alla Regione Lazio un’indagine ambientale e a tutt’oggi non abbiamo avuto risposte”. Non solo: l’area intorno alla discarica di Cupinoro presenta anche diversi vincoli come quello archeologico e paesaggistico.

La discarica di Cupinoro “nasce nel 1991 e termina di accogliere rifiuti nel gennaio del 2014”, racconta Elena Carone. “Dal ‘91 al 2004 è stata gestita da società private. Poi è stata la volta di una società pubblica nata proprio per la gestione della discarica e dei rifiuti della città di Bracciano”. Cupinoro, inizialmente, doveva essere la discarica di otto comuni della zona. Alla fine della sua attività i comuni erano diventati 25 e “il progetto finale era quello di ricevere rifiuti dai 121 comuni della città metropolitana”. Ma Cupinoro è una discarica del tal quale e nel 2014 chiude come nel frattempo previsto dalla legge per impianti di questo tipo.
Ora il capping è in via di completamento: su 30/40mila metri quadrati di superficie, sono ancora scoperti, a macchia di leopardo, tra i 3 e i 5mila metri quadri. Ma i comitati sono preoccupati: “Vogliamo sapere cosa c’è là sotto. Le società private sembrano aver avuto rapporti, economici e non, con società che possano avere avuto contatti con la Terra dei Fuochi e con coloro che gestivano le discariche della Terra dei Fuochi”, dice Elena. “C’erano file di camion provenienti dal Nord Italia: cosa trasportavano?”.
Il capping “non prevede nessuna verifica delle matrici ambientali – suolo, acqua, aria”, aggiunge Sandro Di Grisostomo, anche lui del movimento ‘Fermiamo Cupinoro’. “Sarebbe anche opportuno un serio controllo delle falde acquifere sotterranee alla discarica, per vedere se ci sono collegamenti con le falde del lago di Bracciano”, aggiunge. Come noto, si tratta di uno dei bacini idrici da cui Acea può prelevare acqua anche per la città di Roma. “Esiste un documento del ‘93 che parla di questa ipotesi”, spiega Sandro. Documento in cui Acea allora scriveva: “L’area interessata dalla discarica in oggetto trovasi al di fuori delle aree di vulnerabilità primaria e secondaria relative al bacino del lago di Bracciano dal quale, come è noto, attinge questa azienda una quota parte dell’acqua per l’approvvigionamento idrico potabile di Roma”. Esiste, si legge ancora, “a valle della discarica, una consistente falda idrica captata ad uso potabile per l’alimentazione del comune di Cerveteri”. Ed esiste “la possibilità di un’interconnessione tra i due bacini idrici”. “Ciò premesso, questa azienda ritiene che possa essere interessante eseguire una campagna di ricerche atta ad evidenziare l’eventuale interconnessione”. La città di Bracciano, dal canto suo, autorizza in un altro documento l’operazione “senza alcun onere di spesa per questo Comune”. Sull’ipotesi, Acea fa sapere a ilfattoquotidiano.it che “una verifica di quanto accaduto ormai 25 anni fa non è agevole”, ma che “fin da quegli anni il sistema di filtraggio adoperato dall’azienda è tale da evitare per certo qualsiasi rischio di contaminazione”.
Resta il nodo dei soldi, con la cronaca che racconta di contrasti tra Regione Lazio e Comune di Bracciano su chi dovrà occuparsi della messa in sicurezza e del capping. A ilfattoquotidiano.it dicono dalla Regione Lazio di essere “favorevoli”, dal canto loro, all’indagine ambientale. “La regione è sempre ben disponibile verso comitati, associazioni ed espressioni del territorio e penso che la richiesta verrà valutata positivamente”, spiegano. Nel frattempo assicurano che la situazione è assolutamente sotto controllo. “La discarica è sorvegliata, le acque di percolazione sono raccolte nei serbatoi dedicati e da qui estratte con le autobotti e inviate a depurazione”, spiegano. “La sorveglianza è assicurata e la gestione del post mortem funzionante”. Certo, una “sorveglianza umana permanente non c’è, ma non serve”.
E sulla montagna di rifiuti? A Cupinoro, dal 2005/2006, “sono stati conferiti rifiuti provenienti dal trattamento meccanico biologico, quindi analizzati. Esiste una serie storica dei conferimenti dei rifiuti e di analisi fatte sia da chi spedisce i rifiuti sia da chi li riceve”. C’è una tracciabilità, insomma, prevista per legge sia nel caso della gestione pubblica ma anche per gli anni precedenti di gestione privata. “Quando un soggetto gestisce una discarica deve compiere delle analisi per legge”, spiegano ancora dalla Regione Lazio. “Se poi ci sono stati comportamenti fraudolenti, non è possibile evincerlo dalle analisi di laboratorio perché naturalmente non sarebbero stati tracciati. Lo può evincere solo un’indagine della magistratura”.
Anche le indagini sui percolati della discarica e dei gas che vengono dalla macerazione dei rifiuti “sono assoggettati e verifica e tracciabilità”, raccontano ancora dagli uffici della Regione. “Da questo si evince cosa c’è in discarica. Un’indagine specifica, al di là di tutto questo, “si fa in caso di indagine della magistratura”. Dopo il fallimento della Bracciano Ambiente, è stato nominato un commissario per la gestione straordinaria della discarica per la messa in sicurezza e la bonifica del sito. Un consulente che, per conto della Regione, segue le operazioni della gestione post mortem al posto del gestore, la Bracciano Ambiente, che sta fallendo. “Dovendosi procedere a bonifica e al capping che verrà ultimato tra poco”, spiega ancora lo staff della Regione, “bisogna sapere che tipo di materiale si dovrà trattare ai fini della bonifica: percolato, biogas per la gestione post-mortem della discarica. Una parte importante degrada per effetto biologico. Altri rifiuti – plastica, metalli, vetro – no: in questi casi il processo di degradazione è lunghissimo. Tutte le acque di percolazione che saranno rilasciate dall’invaso dovranno essere convogliate, raccolte e inviate a trattamento. Stesso dicasi per il biogas”. La normativa prevede 30 anni di post mortem, un processo molto lungo. “Quando raggiungerà la sua stabilità, quell’area potrebbe essere poi utilizzata. Ed è allo studio la possibilità di esplorare la tecnica del landfill mining”, ovvero l’escavazione e il successivo trattamento dei rifiuti con recupero di materiali, energia e volume riutilizzabile nel sito.
E i costi? Ad oggi sono stati stanziati 120mila euro in una prima tranche, seguiti da un’altra tranche dello stesso importo a giugno. “Tutti a carico pubblico, purtroppo, perché c’è la procedura di fallimento della Bracciano Ambiente in corso”, dicono ancora dalla Regione. “Con una compartecipazione tra regione e comune di Bracciano. La regione, anzi, si è già fatta carico di una parte rilevante dei costi e ora dovrà esserci per forza di cose una compartecipazione con la città. Serve una concertazione istituzionale e ci si muove nell’ambito delle norme”. Dal comune di Bracciano nessun commento.
“Abbiamo fatto ricorso a tutti i livelli”, conclude Elena Carone. “Non ultimo, un ricorso nei confronti di un’autorizzazione integrata ambientale richiesta dalla Bracciano Ambiente per la costruzione di due impianti: uno di trattamento meccanico biologico da 130mila tonnellate e un impianto per produrre biogas da 33mila tonnellate. Tutti dicono che questa discarica è chiusa ma quell’Aia non è mai stata stralciata”. In un momento un cui “nessuno può gestire il post mortem, che costerebbe milioni di euro. Ci chiediamo se non stiamo aspettando qualcuno che voglia investire in rifiuti nella nostra zona e non abbia intenzione di rilevare questa montagna di spazzatura da bonificare costruendo anche due impianti che gli porterebbero economia e magari dando risposta alla drammatica gestione di rifiuti della Città di Roma. Dopotutto era il destino di Cupinoro, diventare la discarica per la Città Metropolitana”.