venerdì 16 febbraio 2018

Mélenchon a Napoli. Con Potere al Popolo per cambiare il continente

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Nel grande rimescolamento che sta spazzando via i partiti politici di tutta Europa, la visita di Mélenchon a Napoli, in aperto appoggio alla lista Potere al Popolo, ha avuto il merito di mettere sul tappeto molti problemi e altrettante proposte di soluzione. Con, alle spalle, non solo un’analisi teorica o una retorica efficace, ma il peso determinante di quasi il 20% degli elettori francesi.
Il rapporto tra due formazioni è iniziato soltanto quindici giorni fa, quando una delegazione capitanata da Viola Carofalo è entrata all’Assemblee Nationale per una prima presa di contatto. Una sintonia immediata su alcuni grandi temi – organizzazione sociale sui bisogni della popolazione, rappresentanza politico-elettorale “non partitica”, conflitto aperto con l’Unione Europea e prospettiva di un’alternativa euromediterranea – che naturalmente richiedeva passi ulteriori, verifiche di corrispondenza tra parole e pratiche sociali effettive.

Due gli obiettivi dichiarati in partenza: a) incontrare il sindaco partenopeo Luigi De Magistris, che ha dato riconoscimento e spazio alle attività sociali più diverse, accomunate da una critica radicale dell’esistente, favorendo così una forma di “bilancio partecipato” decisamente divergente dalle pratiche amministrative di quasi tutti i Comuni italiani; b) vedere dal vivo come funziona una delle attività dell’ex Opg Je so pazzo – l’ambulatorio medico gratuito – e confrontarlo con l’esperienza marsigliese, dove alcuni medici hanno creato un ambulatorio ambulante che gira per i quartieri meno fortunati della città.
Ma è stato chiaro fin dal primo momento che la posta in gioco è ben altra: l’avvio di una relazione politica che ha l’ambizione di consolidare un fronte europeo tra forze che si pongono l’obiettivo di modificare radicalmente le condizioni di vita delle popolazioni del Vecchio Continente, massacrate da crisi e precarietà lavorativo-esistenziale; e che per farlo sono obbligate e muoversi contro l’Unione e i suoi trattati, pilastri della gabbia ordoliberista che trasferisce “in automatico” ricchezza dai lavoratori ai grandi patrimoni, moltiplicando disoccupazione, salari da fame e insicurezza diffusa.
L’incontro con De Magistris, non a caso, ha avuto come baricentro lo scontro mortale tra le “pratiche rivoluzionarie” che vivono nella “città ribelle” (“de-renzizzata”, si era detto un paio di anni fa) e i vincoli del debito, che immobilizzano qualsiasi amministrazione in un cortocircuito fatto di tagli, privatizzazioni, dismissioni nei servizi pubblici essenziali. Dunque in un peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, che riversa spontaneamente sull’amministrazione locale – il potere pubblico più vicino – problemi, bisogni, istanze che sempre meno possono essere soddisfatte.
Un cortocircuito che erode anche la sfera politica in quanto tale, distruggendo le forme storiche della rappresentanza (in tutta Europa, dicevamo), e allontana “la gente” dalla partecipazione, impedendo dunque anche qualsiasi possibilità di riconnettere le particelle disperse del corpo sociale e disegnare un futuro collettivo.
Ancora in forma aurorale, insomma, si comincia a vedere che un potere amministrativo qualsiasi, a qualunque livello (Comune, Provincia, Regione, Stato), ha una possibilità di agire in modo difforme dal “pilota automatico” costruito dai trattati europei soltanto se sostenuto direttamente e con convinzione da un blocco sociale che si aggrega su pratiche reali. L’alternativa diventa sempre più chiara tra amministratori-ragionieri che applicano una razionalità vincolante decisa altrove e amministratori-rappresentanti di bisogni incomprimibili che si manifestano in modi e forme conflittuali con quella “razionalità asettica”.
Come sottolineavano alcuni compagni napoletani, “solo un anno fa, qui, se ti mettevi a criticare l’Europa ti attaccavano come sovranista-nazionalista”; oggi, anche attorno al grande tavolo dello studio del sindaco, l’Unione Europea viene evocata da tutti come un demone che distrugge il futuro delle nuove generazioni, che si pretenderebbe di far vivere solo per “ripagare un debito” che peraltro tutti dicono non rimborsabile.
Ma è nell’assemblea-conferenza stampa che il discorso decolla, diventa narrazione e programma capaci di ricollegare bisogni popolari e prospettiva di rottura.
Abbiamo bisogno di voi, abbiamo bisogno dell’Italia per cambiare l’Europa verso una società più uguale. Le forme tradizionali della socialdemocrazia e del neoliberismo non sanno più dare risposte. Negli ultimi 20 anni abbiamo subito la distruzione di ogni struttura solidaristica. I governi hanno messo lavoratori contro lavoratori, autoctoni contro migranti, hanno alimentato la violenza tra i popoli lasciando spazio alla destra, che si è inserita nei conflitti. Dobbiamo mandare a casa i governi europei che difendono il capitale contro il popolo”.
Nessuno spazio dunque al “nazionalismo”, al revanscismo identitario delle destre razziste, ma un’idea di azione convergente contro un comune nemico (l’Unione Europea, un organismo tecno-burocratico, e i governi nazionali che ne ne applicano le direttiva) con al centro l’affermazione positiva degli interessi popolari. Un’idea di modello sociale, insomma, altrettanto internazionale, anche se non non necessariamente ricalcante i confini dell’attuale Ue.
Un mostro – quest’ultima – contro cui si deve lottare ma che, comunque, non sta benissimo, anche se alza la voce e cerca di mostrarsi molto muscolare. Lo si vede dalle difficoltà crescenti nel trovare equilibri politici efficienti. «In Spagna ci hanno messo circa sette mesi per fare un governo, sei mesi in Germania per fare le larghe intese quando la Spd aveva giurato che non le avrebbe più fatte. Anche in Italia si rischia di andare in quella direzione. Basta con lo scegliere ’il male minore’». Una dichiarazione di morte per quelle strategie politiche delle vecchie “sinistre radicali europee” che si sono immolate nel giocare il ruolo da “ala sinistra del centrosinistra”, finendo per essere cancellate dal panorama politico e – soprattutto – dal novero delle opzioni credibili tra le classi popolari.
Così come è la certificazione di morte politica per chi ancora credeva possibile un “partito comunista di massa” – un ossimoro socialdemocratico, come abbiamo scritto più volte – in un’epoca in cui qualsiasi figura sociale tende ad avere spazi di autoriconoscimento molto ristretti, settoriali, infragenerazionali, comunque precari e altamente interscambiabili.
Questa è la fase storica di un’altra opzione, decisamente non politicista. E’ il momento dei movimenti popolari “fatti dal popolo”, che o diventa attore e protagonista oppure viene trattato come materiale da profitto, e poi gettato tra gli scarti di produzione. Del resto è pratica comune che vediamo all’opera da anni, con i “movimenti a chilometri zero” che avevano rinunciato o quasi alla “politica”, ma che ora tornano a cercare di fare massa critica, di darsi una rappresentanza propria, non delegata.
E’ un discorso che tiene insieme di nuovo tutto: diritti sociali, dignità del lavoro, democrazia effettiva, diritti civili, lotta alla guerra e difesa dell’ambiente.
La nostra storia è racchiusa in ’potere al popolo’. Riempiamo questa frase di significato. L’Europa ci vuole imporre i pesticidi, il governo francese vuole sviluppare il nucleare, queste sono politiche contro l’ecosistema. L’Europa si fa guidare dagli Stati uniti e decide che il nemico è la Russia, allineandosi alle politiche Nato che preparano le prossime guerre. Diciamo no alla Nato, difendiamo la pace”.
L’ostacolo, il nemico è identificato da ciò che fa, non da qual che dice. E Mélenchon non risparmia neanche il suo paese, o meglio i governi che l’anno guidato seminando una “narrazione tossica”.
«In Francia esiste il mito della coppia franco tedesca, ma la Germania sta portando avanti una politica per una popolazione vecchia, ricca e capitalista. La ricetta è aumentare la rendita e abbassare i salari. Il modello tedesco non è stato capace di abolire la povertà: è fatto per quelli che hanno ricchezze». Ma è diventato il modello di riferimento che l’Unione Europea cerca di imporre a tutti i paesi, sfruttando la leva del debito per far rispettare le “direttive”.
Un modello devastante che sta provocando migrazioni epocali, non solo dai paesi in guerra o poveri verso l’Europa, ma anche all’interno del Vecchio Continente, e persino dalla stessa Germania.
«Stiamo producendo immigrati perché produciamo guerre. C’è anche un’emigrazione europea più silenziosa che parte dalla Grecia, dalla Spagna per ragioni molto simili, la ricerca di una vita migliore. Con Potere al Popolo, Podemos, Unità popolare in Grecia e Die Linke potremo cambiare l’Europa». E’ necessario soffermarsi un attimo sul dettaglio. Come riferimento del progetto, in Grecia, Mélenchon parla di Unità Popolare, non di Syriza o di Tsipras.
Non a caso, un paio di settimane fa, è stato proprio Mélenchon a chiedere l’espulsione di Syriza dal “Partito della Sinistra Europea” – il raggruppamento degli europarlamentari a Strasburgo – dopo l’approvazione in Grecia di una pesantissima legge antisciopero. Perché non conta quel che dici di essere, ma quello che fai: pro o contro il tuo stesso popolo.
Ovviamente sono tutti temi che, per poter essere ben strutturati, richiederanno tempo, energie, forze vive, idee e legami forti. Ma l’importante è cominciare bene: sapendo quel che si vuole e contro chi bisogna battersi, senza farsi bloccare nell’attesa dell’impossibile attimo magico in cui tutto accade proprio come piacerebbe ad ognuno di noi.

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