mercoledì 18 aprile 2018

Un mutualismo istituente




 
 
dinamopress di Domenico Perrotta, Gaia Benzi, Giulio Calella
“Teniamo accesa la brace”: è l’invito con cui si è concluso il convegno che abbiamo organizzato a Roma il 7 e 8 aprile su iniziativa della rete Fuorimercato, Edizioni Alegre, Rivista gli Asini, Communia e Scup (a questo link è possibile scaricare tutti i materiali). Perché qualcosa si è acceso in questa due giorni, o almeno un bisogno vero di analisi e di iniziativa è stato colto, con un clima e una composizione dei partecipanti in larga parte diversi dalle assemblee a cui siamo abituati.

Non a caso già nella prima parte, più di scambio tra le realtà presenti sulle aspettative sul convegno, una delle motivazioni ricorrenti era la ricerca di “un po’ di aria fresca”, per interrompere la coazione a ripetere delle varie “sinistre” negli ultimi dieci anni, e porsi problemi di fondo sulla crisi epocale, sociale e politica, che abbiamo di fronte.
Con la volontà non di creare un nuovo “soggetto”, ma di iniziare a costruire uno spazio di relazione e iniziativa aperto e non identitario, in grado di dotarsi di alcuni strumenti organizzativi ma in cui possano convergere realtà di varia provenienza che ne condividano priorità e metodi di lavoro.
I partecipanti attivi sono stati più di 300, le realtà presenti più di 30, ben illustrate dalla mappa – che diventerà interattiva – che ha accompagnato le discussioni dalle pareti. Organizzazioni e realtà che praticano progetti diversi o operano in territori differenti, ma che sono accomunate dalla pratica dell’autogestione e del “far da sé solidale”: movimenti contadini, collettivi femministi, fabbriche e fattorie occupate, centri sociali autogestiti, cooperative di produzione e distribuzione, gruppi di migranti, associazioni che operano all’interno della scuola e dell’università, realtà del consumo critico e finanza mutuale e solidale, organizzazioni sindacali, cliniche legali e sportelli, associazioni sportive, cucine popolari, organizzazioni che offrono servizi di welfare o culturali, case editrici, case occupate.

Tutti hanno ripetuto con insistenza la voglia di continuare a parlare e costruire azioni comuni, con l’ambizione di intrecciare esperienze che esistono, spesso da tempo, sul campo, nei territori, nelle intersezioni delle lotte, ma che non si sono mai date una rotta comune.
La prima ambizione del convegno è stata lavorare a un “Manifesto dei diritti del mutualismo e dell’autogestione”, da scrivere in maniera collettiva e soprattutto da non intendere come mero esercizio letterario, ma come strumento per realizzare campagne e lotte.
Per questo, dopo esserci immersi “là dove tutto ebbe inizio”, approfondendo nelle relazioni frontali le radici storiche delle pratiche mutualistiche agli albori del movimento operaio, e dopo aver indagato come tali pratiche intreccino le lotte odierne a livello nazionale (ad esempio tra i migranti e nei movimenti femministi) e internazionale (con i contributi del Sindicato de Obreros del Campo andaluso e dell’Association pour l’autogestion francese), i gruppi di lavoro hanno affrontato questioni e problematiche comuni a molti progetti e discusso concretamente di possibili soluzioni e rivendicazioni. Un lavoro da cui è uscita una quantità enorme di materiale, che sarà fondamentale per la redazione collettiva del Manifesto: una novità rispetto alle spesso improduttive assemblee politiche e di movimento, un segno tangibile della vocazione del mutualismo a costruire, a mettere subito in pratica.
Nella plenaria conclusiva è venuta fuori un’idea di mutualismo che potremmo definire politico e conflittuale, non una semplice parola o pratica che chiunque può utilizzare in modo più o meno neutro. È emersa un’ispirazione “istituente” del mutualismo, che parte dalle esperienze e dalla risposta a bisogni immediati con l’obiettivo non solo di lenire le diseguaglianze, ma anche di trasformare la società partendo dal proprio agire quotidiano: pensando mentre si fa, oltre che facendo ciò che si pensa.
Il convegno ha prodotto un passo in avanti rispetto alla stessa idea di “economia solidale”, in cui pure molti attivisti si sono formati e sono cresciuti, con l’approccio più volte ribadito dalla rete Fuorimercato non di costruire un “mercato alternativo” ma “un’alternativa al mercato”.
E per farlo bisogna avere al centro dell’azione e della riflessione la questione del lavoro ancor più di quella del consumo, legare esperienze di autoproduzione a innovative esperienze sindacali, ponendosi continuamente la questione del conflitto sociale, perché se ci si accontenta di costruire piccole nicchie solidali si rischia di diventare autoreferenziali, o di avere vita breve.
Ciò significa porsi anche il problema della ricomposizione di classe e della costruzione, gestione e difesa dei beni comuni, e di vivere all’interno di movimenti e conflitti più ampi: esempio lampante è il movimento femminista globale Non una di meno, che proprio delle pratiche intersezionali e di sciopero ha fatto una propria bandiera.

Tre i prossimi possibili passi individuati.
Il primo è locale: il mutualismo parte dai territori ed è importante che nelle città e nelle campagne le pratiche mutualistiche vengano utilizzate per costruire unità, per coordinare progetti e realtà, per allargare le reti, per scambiare idee, supporto, servizi. Durante il Convegno sono stati descritti processi di allargamento dei rapporti nelle città e di coordinamento tra realtà diverse, ad esempio a Bari, Bologna, Roma, Bergamo, Milano.
Il secondo, già citato, attiene alla scrittura collettiva di un “Manifesto dei diritti del mutualismo e dell’autogestione”, che sia strumento e supporto per campagne nazionali.
Un Manifesto che prenda spunto dal lavoro che già è stato fatto da molte realtà e reti – dal Manifesto di Genuino Clandestino alla Dichiarazione di gestione civica di un bene comune di Mondeggi Fattoria senza padroni – e che dia forza ai movimenti che lavorano per l’autodeterminazione dei territori, nelle campagne e nelle città, nella costruzione di un’economia diversa e giusta e nel conflitto sindacale, nell’opposizione alle grandi opere e alle devastazioni ambientali e nella costruzione, difesa e autogestione di beni comuni.
Il terzo riguarda gli strumenti organizzativi: strumenti informatici e di comunicazione che funzionino non solo da mezzo di informazione sulle iniziative che vengono realizzate, ma anche da piattaforma per lo scambio concreto di prodotti, servizi, esperienze; l’organizzazione di altri incontri di formazione su mutualismo e autogestione, ma anche di carattere sindacale, da svolgersi sia nelle singole città, sia a carattere nazionale.
Per continuare il lavoro sono stati individuati, nelle prossime settimane, alcuni appuntamenti importanti, fra cui l’incontro nazionale di Genuino Clandestino (Mondeggi, Firenze, 27-29 aprile) e “Vuoti a prendere”, organizzato dal Comitato per la difesa delle Esperienze Sociali Autogestite a Bologna (Casa del popolo 20 Pietre, 12 maggio).
Ci si ritroverà ancora, in forme da definire, sempre a Mondeggi a fine giugno, durante la tre giorni che festeggia il compleanno della Fattoria occupata, dove si proverà a lanciare in forma definitiva il Manifesto.
Serviranno capacità di relazione, apertura, inventiva, proposte concrete e voglia di lottare. In questa due giorni abbiamo solo preparato la malta: la sfida ora è cominciare ognuno e ognuna di noi a mettere il proprio mattone insieme a quello degli altri.

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